Lo studio di Herrington et al. ha come end-point finale la variazione della misura della placca come parametro di valutazione della progressione della malattia arteriosclerotica, in analogia a trials clinici per la valutazione di trattamenti ipolipidimizzanti, che risulta facilmente criticabile in quanto spesso esiste una discordanza tra misura della placca e numero di nuovi eventi clinici. Inoltre gli estrogeni potrebbero proteggere la donna con CVD stabile con altri meccanismi, quali la vasodilatazione, modificazione della biologia della parete vasale anche con meccanismi antiproliferativi e antinfiammatori. Nel futuro la ricerca in tal campo dovrà tener conto che la costruzione di un trial clinico debba avere: un appropriato end-point, la valutazione di quale progestinico impiegare nelle donne con utero intatto e il ruolo dei SERMs. In attesa dei risultati dei trials in corso, fino a luglio 2002 si poteva pensare che la terapia ormonale sostitutiva, intrapresa in postmenopausa per indicazioni correnti, potesse ridurre il rischio primario di CVD nella donna insieme al miglioramento delle qualità di vita come la dieta, il fumo, come confermato da un articolo apparso su New England (HU et al. 2000). Quindi sarebbe stato auspicabile che le donne insieme ai loro medici intraprendessero dei programmi per migliorare la dieta e la qualità dello stile di vita insieme all'impiego della terapia ormonale in termini di prevenzione primaria. Più cauto, come aspettativa di beneficio della CVD, doveva essere l'impiego della HRT come prevenzione secondaria in donne con malattia arteriosclerotica stabile dove può aver più valenza usare forme di trattamento che rallentino il progredire della malattia compresa una terapia ipolipidizzante qualora necessaria.
I dati sulla prevenzione
secondaria sono stati confermati dalla pubblicazione dei risultati dello
studio HERS a 6,8 anni, anche se non più in doppio cieco, che confermano
una non diminuzione del rischio cardiovascolare col progredire degli anni,
ma esso si manterrebbe costante. Comunque, bisogna ricordare che le raccomandazioni allarmistiche sull'impiego di HRT in prevenzione cardiovascolare secondaria dettate dalla American Heart Association (AHA) e le perplessità nate dagli attuali risultati in prevenzione primaria si fondano su unici studi, fra l'altro metodologicamente criticabili, generando un interpretazione troppo negativa che può portare ad un ingiustificata generalizzazione del concetto che ogni donna con malattia cardiovascolare assumendo HRT incrementa il suo rischio e ci si può allontanare dalla verità sugli effetti cardiovascolari degli estrogeni che solo un sufficiente numero di studi controllati, ben disegnati e condotti ci potrà fornire. Probabilmente bisognerà riportare l'attenzione ad una personalizzazione della terapia con l'impiego di diverse molecole, schemi e dosaggi ritenuti più idonei per quel singolo individuo. |